Il cambiamento è vita

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Ho sempre salutato con un certo entusiasmo i cambiamenti nella mia vita, belli o brutti che fossero.

Sono uraniana fino al midollo, per me il cambiamento è come l’aria, fremo nella routine come un surfista che aspetta l’onda non può apprezzare un oceano in compleata calma piatta.

Ma ho capito con il tempo che non è così per molte persone. Anzi! Che molti temono i cambiamenti e restano arroccati alle loro certezze come se fossero reali…

Spesso voglio cambiare le cose, ma non perché siano sbagliate, perchè sono semplicemente passate. Per me le tradizioni sono belle solo quando diventano riti e restano confinate, che ne so, dietro ai battenti di una chiesa o in determinati periodi dell’anno. Ma oltre queste rare eccezioni, mi annoiano a morte e le trovo una mancanza di fantasia.

Il cambiamento mi ha portato a vivere in città diverse dalla mia di origine e, ovunque, appena proponevo una modifica allo status quo mi veniva risposto: “Se non ti sta bene, tornatene a casa tua”. Ovunque. Non c’è chi è più socievole o meno. Tutti reagiscono così.

All’inizio me ne facevo un problema, cominciavo davvero a pensare che se fossi rimasta nel mio luogo di nascita alla fine avrei avuto il “diritto” di apportare modifiche, ma non è così. Probabilmente anche lì sarei stata scomoda e mi avrebbero detto di chiudermi in casa!

Il problema è la paura. Come eliminiamo la paura? Buttando fuori l’elemento di disturbo.

Ho sempre pensato che fosse ridicola come pretesa quella di ritenere un posto il proprio, sa di animale che segna un territorio, ma molte persone hanno solo questa frase per difendersi.

Chissà se un giorno si accorgeranno di aver combattuto contro il nulla e, presi dalla foga, di essersi dimenticati di vivere?

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Il nozionismo che non serve

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Avevo scritto il post precedente molto tempo fa, ma non me la sentivo di pubblicarlo. Mi sembrava di uscire troppo fuori dal tema di questo blog.

Poi, ieri, mi è capitato di vedere un servizio in tv sul test di ammissione alla facoltà di medicina e mi è tornata la voglia di parlarne.

Perché un test di cultura generale per l’ammissione alla facoltà di medicina?
A me, come paziente di quei futuri dottori, cosa me ne importa se conoscono o meno chi è che ha detto la tale frase o come funziona il parlamento?

Mi sarei aspettata un test psicologico: vedere se è una persona in grado di affrontare delle situazioni stressanti e dove in ballo c’è la vita di un’altro essere umano.

Mi sarei aspettata un test di buon senso: se trovi una persona incosciente stesa a terra, cosa fai? A la tiri per i piedi – B la schiaffeggi ecc.

Mi sarei aspettata un po’ di anatomia e di chimica: si presume che chi voglia fare il dottore un po’ di passione la debba avere e magari si sia portato avanti un po’ col programma.

Niente. Cultura GENERALE.

Come disse Ford quando tentavano di screditarlo,  facendo leva sul fatto che era ritenuto un “ignorante”: “Perché dovrei riempire la mia mente con informazioni di carattere generale quando attorno a me ho uomini capaci di dirmi tutto ciò che mi serve?”

Attualizzerei la frase ad oggi così: “Perché dovrei sapere queste cose, quando posso googlarle?”

 

 

L’educazione che non c’è

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Nel mondo del “lavoro=denaro” la scuola è un parcheggio in attesa del periodo in cui ti è consentito lavorare. Nel frattempo entri, ti inzeppano di nozioni e impari…a scavalcare gli altri: la loro dignità, la loro sensibilità e la loro intelligenza.

Tu hai preso 9 l’altro 4, tu sei un genio, l’altro uno stupido, tu prendi le lodi del professore, l’altro fa una figura pessima alla lavagna. Uno è così…l’altro deve essere per forza l’opposto. Rimproveri, figuracce, compassione, pena, rabbia, orgoglio per essere stato il più bravo, biasimo per aver deluso le aspettative…Queste sono le emozioni che si provano a scuola. In una parola, cosa impariamo a scuola? La competizione.

La cosa stupida è che l’aula è di per se un ambiente isolato, quindi abbiamo appreso ad essere primi o ultimi tra un numero ristretto di persone ovvero uno sforzo del tutto inutile. Se preso nel contesto mondiale quella classe non è altro che un niente nel niente, il pessimo o il genio non hanno senso nel contesto mondiale. Solo in un piccolo contesto è possibile effettuare dei paragoni perché dipende solo dal metro di valutazione applicato che tra l’altro è soggettivo. Quindi perchè creare queste inutili emozioni nella gente? Per fargli assumere un ruolo a vita. Io sono stupido quindi devo essere guidato, tu sei sveglio quindi mi dirigerai e anche se tu non sei tu, ma un altro con un documento che certifica che è un genio come te…io sarò guidato da lui senza rimettere in discussione il metro di valutazione applicato. Caste.

L’educazione non è questo. Ognuno ha il suo percorso, che io arrivi al master in economia o che mi fermi alla terza media sono quello che sono nè meglio nè peggio. Due persone che fanno una scelta del genere non sono paragonabili e neanche c’è bisogno di farlo. Metterle in rapporto tra di loro è semplicemente impossibile.

Nel mondo del “lavoro != denaro” anche la scuola per come la conosciamo oggi subirebbe un cambiamento radicale.